Quello che colpisce, a mente fredda, del 4-0 al Como non è solo il numero sul tabellone, ma il modo in cui l’Inter è riuscita a svuotare di senso il piano partita di Fabregas. Il Como è arrivato a San Siro con coraggio e identità, convinto di potersela giocare uomo su uomo, terzini sui quinti, Nico Paz addosso a Calhanoglu e grande attenzione alle uscite di Bastoni. L’idea era chiara: togliere ossigeno alla prima costruzione nerazzurra e recuperare palla in alto.
Chivu, però, non si è limitato a “reggere l’urto”, ha accettato la sfida sul piano delle idee e l’ha ribaltata con calma. Ha abbassato il raggio d’azione di Calhanoglu, che spesso è venuto a prendere palla molto vicino ai difensori. Così ha trascinato Nico Paz lontano dal cuore del gioco, portandolo fuori linea e aprendo un buco proprio dove il Como voleva essere più denso. In quel vuoto, con tempi quasi da centrocampista aggiunto, si è inserito Acerbi.
Il centrale dell’Inter ha iniziato a salire dentro al campo, occupando la zona lasciata libera dal trequartista del Como e portandosi dietro Morata. Risultato: il centravanti spesso lontano dall’area e un centrocampo lariano progressivamente svuotato. A quel punto, la mossa successiva è stata allargare ancora di più le maglie: Zielinski e Barella si sono allargati tantissimo, andando quasi a giocare da laterali aggiunti, portando densità sulle fasce e costringendo il Como ad aprirsi.
Nel cuore del campo, così, restavano proprio loro: Lautaro e Thuram, liberi di occupare gli spazi tra difesa e centrocampo, muovendosi sempre sul filo del dubbio dei difensori avversari. Esco e spezzo la linea o resto compatto e li lascio girare? E quando ti fai questa domanda di fronte a due attaccanti di quella qualità, spesso hai già un mezzo gol sul groppone. L’Inter ha iniziato a trovare linee di passaggio pulite, triangolazioni, ricezioni “facili” negli half-spaces, mentre il Como correva tanto ma raramente verso il pallone.
Il pressing pensato da Fabregas avrebbe avuto senso con un centro intasato e distanze corte. Invece, per effetto delle rotazioni nerazzurre, è diventato lungo, dispendioso e inefficace. I giocatori del Como partivano forte, ma arrivavano quasi sempre in ritardo sul possesso dell’Inter. Quando l’Inter superava la prima pressione, il campo si apriva come un’autostrada: linee spezzate, pochi equilibri, e la sensazione che ogni attacco potesse diventare una palla gol.
Per l’Inter questa gara è la conferma che non serve correre più forte degli altri, basta correre meglio degli altri. Il pressing del Como è stato annullato prima con la lavagna, poi sul campo. E quel 4-0, a mente fredda, racconta soprattutto una cosa: quando provi a soffocare l’Inter sugli uomini, lei ti risponde giocando sugli spazi. E sugli spazi, almeno per ora, sembra avere pochi rivali.

