A Reggio Emilia l’Inter non ha solo vinto 0-5: ha dato una lezione di “squadra” nel senso più pieno del termine.
Il punto chiave è proprio quello sottolineato da Chivu: leggere i momenti, assorbire l’intensità iniziale e colpire quando la partita lo chiede.
Il Sassuolo (4-3-3) ha provato a partire verticale e aggressivo, cercando subito profondità e seconde palle.
Nei primi secondi si è visto il “rischio” del piano neroverde: inserimento e chance enorme, disinnescata da un Dimarco già in modalità difensore aggiunto.
Ed è qui che si capisce quanto questa Inter sia collettivo: il quinto che salva sulla linea e, due minuti dopo, torna a fare il regista laterale.
Chivu ha scelto un 3-5-2 pulito: Sommer; Bisseck-Akanji-Bastoni; Luis Henrique e Dimarco larghi; Zielinski in cabina di regia con Sucic e Mkhitaryan mezzali; Lautaro-Thuram davanti.
Strutturalmente, l’uscita palla nerazzurra ha avuto due vie: consolidare corto con Zielinski e le mezzali, oppure saltare la prima pressione con sviluppi rapidi sulle corsie.
Il Sassuolo voleva “sporcare” il palleggio: pressione diretta, giocate in verticale, ritmo alto.
L’Inter non si è intestardita: ha accettato anche fasi più pratiche, poi ha alzato il volume appena trovato il tempo giusto. “Cinica ed efficiente”, direbbe Chivu: non un complimento estetico, ma un marchio di maturità.
La catena di sinistra è stata il telecomando della gara: Bastoni che accompagna, Mkhitaryan che occupa lo spazio tra le linee, Dimarco che decide quando e come accelerare.
Dimarco non è stato solo assist-man: è stato il ritmo, la scelta, il “passaggio prima del passaggio”.
I tre assist raccontano anche la qualità delle soluzioni: calcio piazzato tagliato, cross teso immediato, corner battuto con cattiveria.
E quando una squadra segna due volte su corner con due difensori diversi, non è “caso”: è preparazione, blocchi, tempi d’attacco e seconde traiettorie.
In area, l’Inter ha attaccato con logica: Thuram a fare il “primo palo” come riferimento, Lautaro a muoversi sul corto-lungo per non dare appoggi statici.
La cosa più interessante è che i nerazzurri hanno creato superiorità senza forzare dribbling: rotazioni, smarcamenti preventivi, e palla che viaggia più veloce delle gambe.
Quando Chivu parla di “piccoli dettagli che fanno la differenza”, sta parlando di questo: riconoscere la pressione e scegliere la giocata funzionale, non quella bella.
In non possesso, Inter ordinata: 5-3-2 che si compatta, esterni che scendono, mezzali pronte a uscire sul portatore senza aprire voragini.
Il Sassuolo ha avuto qualche momento di “onda”, ma l’Inter ha risposto con letture e coperture preventive (Bisseck e Bastoni aggressivi nel tempo giusto).
La pulizia mentale si è vista anche dopo il 3-0: niente frenesia, niente gestione passiva, ma controllo del territorio e ricerca del colpo ulteriore.
E poi c’è il concetto-cardine: essere squadra significa che il 5-0 non cambia i messaggi.
Chivu lo ripete: umiltà, piedi per terra, perché “il campionato è una maratona” e “non siamo perfetti”. 
Tradotto dal calcio all’italiano: oggi è andata benissimo, domani si ricomincia da capo.
È un’Inter che non vive di fiammate singole: vive di connessioni, di compiti chiari, di spirito comune.
Dimarco, in questo, è il simbolo perfetto: salva, costruisce, rifinisce, calcia, e sembra sempre avere un secondo in più degli altri.
E se proprio vogliamo una citazione da spogliatoio, oggi calza Rocky: “Non importa quanto colpisci, ma quanto sai incassare e andare avanti”.
L’Inter ha incassato l’avvio intenso del Sassuolo… e poi ha camminato dritta, da squadra vera, fino al 0-5.

