L’Inter ha fatto la partita, ma il derby l’ha vinto il Milan; ed è proprio qui che nasce la sensazione di frustrazione: più possesso, più pressione, più occasioni, ma alla fine il tabellino dice 0-1. Non è solo “sfortuna”, è qualcosa di più profondo, legato al modo in cui la squadra di Chivu sta in campo: linee alte, difesa avanzata, tanti uomini sopra la linea della palla e una vocazione naturale ad aggredire, che però ti espone inevitabilmente alle transizioni avversarie. E contro un Milan costruito per ripartire, con giocatori che in campo aperto ci sguazzano, ogni palla persa diventa un potenziale incidente.

Il gol nasce esattamente da questo: Inter sbilanciata, coperture preventive non perfette, squadra lunga quel tanto che basta per permettere al Milan di affacciarsi in area. Il tiro non è irresistibile e lì entra in scena Sommer, che ci mette del suo con una respinta che lascia il pallone vivo nel punto peggiore possibile. È qui che affiora il paragone con l’ultimo Handanovic: il portiere che a volte ti tiene in piedi con parate decisive e altre volte lascia punti sanguinosi per strada. Non è una bocciatura tecnica, ma la sensazione di instabilità, soprattutto in una squadra che gioca così alta, inizia a pesare. Chivu fa quello che deve fare un allenatore: lo difende pubblicamente, sottolinea la prestazione della squadra e parla di sconfitta da gestire senza trasformarla in tragedia, mentre Thuram ammette candidamente che con questo modo di giocare il rischio di contropiede è nel DNA della squadra.

A mente fredda, il lavoro da fare è abbastanza chiaro: migliorare la rest defense, essere più cattivi nei falli tattici quando si perde palla, accorciare meglio le distanze tra centrocampo e difesa e ritrovare lucidità negli ultimi venti metri, dove l’Inter costruisce tanto ma concretizza poco. E poi c’è il nodo portiere: o si decide di blindare Sommer, proteggendolo tatticamente e mentalmente, oppure, come già accaduto dopo l’ultima fase di Handanovic, si dovrà pensare a un cambio di ciclo tra i pali. Il campionato non è ancora compromesso, la stagione non è affatto in discussione, ma da questo derby, così come i match contro Juventus e Napoli, resta una lezione chiara: non basta “fare la partita”, bisogna sapere quando rallentare, quando chiudere i conti e soprattutto non bisogna regalare niente dietro.

E allora, più che evocare fantasmi, tocca tornare a una vecchia massima di Helenio Herrera: “chi non si abbatte dopo una sconfitta, è già a metà della vittoria successiva”.

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