L’Inter cambia uomini ma non idee. Contro il Venezia si è vista una squadra lontana anni luce dal concetto delle “seconde linee”: stesso 3-5-2 di sempre, stessi principi, stesso dominio. Chivu ha usato la Coppa Italia per oliare ancora di più i meccanismi: linea a tre alta e coraggiosa, quinti pronti a occupare l’ampiezza, mezzali aggressive sia in pressione che negli inserimenti. Il Venezia ha provato a giocare, ma è stato schiacciato proprio dalla continuità dell’organizzazione nerazzurra, non solo dalla differenza tecnica.

La chiave, come spesso accade in questa Inter, è stata il centrocampo. Con il pallone, i nerazzurri hanno formato il solito “quadrilatero” interno: uno dei braccetti (spesso Carlos Augusto) si alzava in costruzione, il play fungeva da perno e le mezzali si alternavano tra sostegno e attacco dello spazio. Senza palla, la squadra accorciava in avanti, guidata dai tempi di pressione del reparto mediano: appena il Venezia provava a uscire pulito, l’Inter alzava la linea, indirizzava il gioco verso un lato e stringeva la morsa con raddoppi immediati sui portatori.

Dentro questo quadro tattico spicca la partita di Andy Diouf. Schierato da mezzala, ha interpretato il ruolo in chiave moderna: box-to-box vero, capace di strappare palla al piede, aiutare il play in uscita e poi andare a riempire l’area con i tempi giusti. Il gol è la fotografia della sua serata: inserimento perfetto, scelta di tempo pulita, conclusione da giocatore maturo. Ma oltre alla rete, colpiscono personalità e continuità: non ha mai nascosto il pallone, si è reso sempre disponibile alla giocata semplice e, quando serviva, ha dato la scossa con le sue accelerazioni.

In avanti, i movimenti delle punte hanno completato il quadro. Una più portata a venire incontro, l’altra ad attaccare la profondità: questo ha costretto i centrali del Venezia a uscire dalla propria comfort zone, aprendo spazi enormi per gli inserimenti delle mezzali e le sovrapposizioni dei quinti. Così l’Inter ha creato superiorità numerica quasi automatica sulle corsie e al limite dell’area, trasformando il possesso palla in una pressione costante, più mentale che fisica, sugli avversari.

Nel post partita Chivu ha parlato di atteggiamento e rispetto per la competizione, sottolineando come chi gioca meno debba farsi trovare pronto dentro gli stessi principi di chi scende in campo ogni settimana. Il messaggio è chiaro: più che “seconde linee”, questa è semplicemente un’altra faccia dello stesso ingranaggio. E se Diouf è uno dei simboli di questa profondità, allora la Coppa Italia diventa molto più di un obiettivo: diventa il laboratorio perfetto per un’Inter che vuole restare riconoscibile, qualunque nome ci sia sulla distinta.

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