A San Siro finisce 2-2 e, più che il risultato, resta la sensazione di una partita “a onde”: l’Inter va avanti, il Napoli la riprende. Due volte. Non è cronaca: è proprio la trama tattica ad averlo scritto, con Dimarco ancora in versione metronomo emotivo e un McTominay che, per usare una parola semplice, è un fuoriclasse. 

Quando l’Inter riesce ad alzare il baricentro con ordine, Dimarco diventa la scorciatoia più elegante: ampiezza, tempi di inserimento, e quel sinistro che non ha bisogno di presentazioni. Il suo gol è figlio di un’Inter capace di attaccare gli spazi con la catena di sinistra, dove la qualità del quinto crea sempre un dubbio: esco o resto? E nel dubbio… spesso è tardi. 

Tatticamente, Dimarco non è solo “uno che spinge”: è un generatore di superiorità. Se il Napoli scivola forte sul lato palla, l’Inter prova a liberare il corridoio interno per la mezzala o la punta; se resta più stretto, allora Dimarco riceve e alza il volume della manovra. È la classica cosa che sembra semplice finché non provi a difenderla per 90 minuti.

E qui arriviamo al tema che pesa: a tratti l’Inter è sembrata incapace di dare continuità al palleggio. Non tanto per mancanza di idee, quanto per distanze e lucidità: quando il primo pressing va “a vuoto”, la squadra si allunga e il possesso diventa più sporco, meno dominante.

Cristian Chivu l’ha detto chiaramente nel post: l’Inter non ha avuto la lucidità per “portarla a casa” fino in fondo e, soprattutto, ha riconosciuto un’Inter “lunga nelle distanze” nella pressione, con il Napoli bravo nel corto. 

Tradotto: quando pressi senza sincronismo, non recuperi palla — regali linee di passaggio.

Per quanto riguarda il Napoli, la cosa più “da grande squadra” non è stata una giocata singola: è stata la capacità di rispondere sempre. Mentalità e struttura. Anche Stellini (in panchina dopo l’espulsione di Conte) ha insistito su reazione e fiducia, evitando volutamente di entrare nella polemica sull’episodio del rigore. 

Sul piano tattico, il Napoli ha trovato ossigeno quando è riuscito a:

  • consolidare il possesso corto per attirare pressione,
  • far uscire l’Inter “in avanti anche esagerando” (parole di Chivu),
  • colpire alle spalle della prima linea nerazzurra con tempi e strappi del centrocampo. 

In pratica: invece di rincorrere la partita, l’ha “riaperta” ogni volta con la stessa idea, senza farsi prendere dalla frenesia.

E poi c’è lui. McTominay non ha fatto solo gol: ha dominato le zone decisive. È stato incursore, riferimento fisico, soluzione quando serviva alzare i giri e anche valvola emotiva nei momenti di pressione. Reuters lo racconta come l’uomo che ha firmato la rimonta due volte, con personalità da protagonista vero. 

Il dettaglio più interessante è dove incide: tra le linee e dentro l’area. Quando un centrocampista riesce a essere minaccia costante senza snaturare la struttura, costringe l’avversario a scegliere un sacrificio: abbassare qualcuno (perdere pressione) o accettare l’inserimento (rischiare). L’Inter, in alcune fasi, ha pagato proprio questa scelta “impossibile”.

E il post-partita dello stesso McTominay va dritto su spirito e reazione: il Napoli “non molla” e non cede “di un millimetro”. 

Il pareggio lascia un retrogusto di occasione, perché andare avanti due volte e non vincerla pesa. Ma, se vogliamo essere onesti, è anche un avviso utile: contro squadre che palleggiano bene e hanno un incursore dominante, non basta l’intensità. Serve controllo.

Chivu ha parlato di “battaglia fino alla fine” e di un campionato da lotta tra più squadre: suona quasi come una frase da film — “non è finita finché non è finita” — ma qui è pura Serie A. 

E l’Inter, con un Dimarco così, ha un’arma che poche hanno. Il passo successivo è uno solo: trasformare le folate in continuità. Perché le grandi stagioni non le vinci solo quando corri: le vinci quando sai anche far respirare la partita

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