Nella nebbia di Parma l’Inter non solo ci vede benissimo: ci mette pure i fari. Lo 0-2 del Tardini è una fotografia nitida della condizione nerazzurra: predominio territoriale costante, pressione “pulita” dopo perdita e una sensazione di controllo che va oltre il punteggio. I numeri lo certificano senza bisogno di poetica: 63% di possesso, 26 conclusioni, 44 tocchi in area avversaria (contro 7) e 2,57 di xG. Tradotto: partita spesso giocata a una porta.
Come diceva Herrera, “Chi non dà tutto non dà niente”. E questa Inter, in questo momento, sembra dare anche qualcosa in più.
L’idea tattica è stata chiarissima: alzare il baricentro, inchiodare il Parma nella propria metà campo e trasformare ogni recupero palla in un nuovo giro di giostra. La manovra ha avuto continuità grazie a una circolazione paziente ma verticale quando serviva, con tanti uomini sopra la linea della palla e una riaggressione immediata per non concedere ripartenze “pulite”.
Il dettaglio interessante è la gestione del rischio: l’Inter ha concesso davvero un brivido principale (il resto è stato contenimento e letture preventive), segno che la squadra non sta solo attaccando tanto, ma sta attaccando bene, mantenendo equilibrio e coperture alle spalle dell’azione.
Se l’Inter ha dato la sensazione di “schiacciare” il Parma, molto passa dalla catena di sinistra: ampiezza, scambi corti, inserimenti e cross con tempi sempre più sincronizzati. E dentro questo meccanismo Dimarco è una costante che ormai somiglia a un’abitudine: segna, crea, rifinisce.
Non è solo questione di gol: è una questione di peso specifico. Dimarco è a 3 gol e 5 assist in campionato ed è indicato come il difensore con più partecipazioni a gol nei top 5 campionati europei in stagione; inoltre, dal 2021/22 è tra i difensori con più reti in Serie A (18).
Quando un esterno ti garantisce questo volume, la tua fase offensiva diventa più semplice: puoi consolidare il possesso, puoi cambiare lato con calma, e soprattutto puoi scegliere quando accelerare.
L’unica nota stonata (o meglio: l’unico reparto che non ha suonato allo stesso livello degli altri) è stata la corsia destra. Luis Henrique ha giocato alto, spesso “calpestando” l’area, ma senza trovare quel guizzo che serve per trasformare il predominio in superiorità vera: a tratti è sembrato tatticamente disordinato e poco determinante nell’ultimo terzo.
È una criticità che non esplode perché la partita è stata complessivamente gestita con tranquillità, ma resta un segnale: se a sinistra hai una catena che produce ritmo e pericoli, a destra ti serve almeno una minaccia credibile per non renderti “leggibile”. Non a caso, nel finale Chivu lo ha tolto e ha rimodellato la corsia spostando Carlos Augusto a destra.
Qui non è processo al singolo: è proprio un tema di automatismi. Il ruolo di esterno nel 3-5-2 (o 3-5-1-1 “fluido”, a seconda delle altezze) chiede letture continue: quando stringere, quando dare ampiezza, quando attaccare il secondo palo, quando restare a presidio per la transizione negativa. Luis Henrique ha dato “presenza”, ma non ancora qualità di scelta.
Altro segnale da squadra in forma: le rotazioni non sporcano l’identità. Chivu ha cambiato interpreti (anche nella linea difensiva e in mezzo), ma la squadra ha continuato a produrre volume e a tenere il Parma basso, creando occasioni a ripetizione.
E quando serviva gestione, i cambi hanno aiutato a mantenere ordine e pulizia nel possesso senza perdere aggressività.
Cosa si porta a casa l’Inter? Tre punti, certo. Ma soprattutto una conferma: questa Inter sta bene fisicamente e mentalmente, e quando “accende” il predominio territoriale diventa complicatissima da scardinare. Se il cantiere di destra troverà soluzioni (di uomini o di meccanismi), la sensazione è che la squadra possa alzare ancora il livello, perché a sinistra Dimarco sta già giocando una stagione da protagonista totale.

