L’Inter passa a Udine e lo fa con quella faccia da “squadra grande” che non deve per forza brillare per comandare: 0-1, firma Lautaro, e altri tre punti messi in cassaforte mentre la classifica sorride dall’alto. 
La chiave tattica, più che nella giocata singola, sta nel modo in cui i nerazzurri hanno “letto” la partita: Chivu lo ha ripetuto nel post gara, niente calcoli e niente partite sottovalutate “solo da fuori”. Tradotto: formazione pensata per vincere oggi, non per proteggere domani. 
In avvio l’Inter ha scelto pressione alta e raddoppi sistematici sulle corsie, con centrocampisti aggressivi e difensori coraggiosi nel tenere la linea in avanti: è l’identikit del Chivu-pensiero, costruito su intensità e coraggio più che su gestione attendista. 
Con palla, la manovra è stata “dritta” appena si apriva un varco: poche carezze inutili, più verticalità per attaccare il cuore dell’Udinese quando il primo pressing veniva superato. Non a caso il gol nasce da una giocata che premia tempi e connessioni, con Pio Esposito nel ruolo di facilitatore e Lautaro a muoversi tra i difensori come uno che sa sempre dov’è l’uscita di sicurezza. 
Il dato interessante è la pulizia delle distanze: linee compatte, secondi palloni spesso nerazzurri, e una riaggressione immediata che ha ridotto l’Udinese a poche transizioni “pulite”. Quando poi c’era da schermare, l’Inter ha trovato equilibrio anche con un uomo più di protezione davanti alla difesa (Akanji citato tra i protagonisti difensivi della partita), limitando i rischi veri. 
Sulla sinistra, Dimarco è stato ancora una volta un metronomo emotivo e tecnico: ampiezza, tempi di salita, qualità nei cross e presenza costante a dare sfogo all’azione, costringendo l’Udinese a scelte difensive conservative. 
Il paradosso (positivo) è che l’Inter ha creato abbastanza per chiuderla prima, ma ha scelto di non perdere la testa quando il raddoppio non arrivava: qui si vede la squadra da vetta, quella che non si innervosisce e continua a fare le cose giuste. “Fare legna” negli ultimi minuti, come ha detto Chivu, è un concetto più tattico che poetico: abbassare il rischio, sporcare il ritmo, vivere nella metà campo avversaria anche senza tirare. 
E infatti nel finale non è stata una ritirata, ma una gestione: pressione meno alta, ma densità centrale maggiore, falli intelligenti quando servivano e ripartenze tenute vive per non invitare l’Udinese all’assalto.
Il momento dell’Inter, da capolista, racconta esattamente questo: una squadra che sa alternare dominio e pragmatismo, che lavora tanto “in sala video” per consolidare abitudini nuove e che ha un gruppo disposto a mettersi al servizio dell’idea. 
C’è una frase che calza a pennello (e non è nemmeno nerazzurra): “Non è la forza, è la costanza”. Udine non è stata una sinfonia, ma è stata una pagina da prima della classe. E in un campionato lungo, spesso vince chi sa fare anche il film “brutto” senza rovinare il finale.

