L’Inter riparte, non molla, resta agganciata al gruppo vetta dopo un match che scontato non lo era affatto. La cosa più interessante di Pisa-Inter non è tanto lo 0-2 finale, quanto il modo in cui l’Inter ci è arrivata. Era una partita potenzialmente-trappola: campo caldo, avversario organizzato, qualche tossina ancora addosso dalle ultime uscite e quella sensazione sottilissima che, se non la sblocchi in fretta, poi subentrano ansia e frenesia. Invece la squadra di Chivu ha scelto una strada diversa: non farsi trascinare nella corsa disperata al gol, ma restare fedele all’idea di partita preparata in settimana, come lui stesso ha sottolineato nel post match parlando di “maturità” e “gestione”.

Nel primo tempo lo 0-0 può sembrare banale a chi guarda solo il tabellino, ma dentro c’è tutta la scelta dell’Inter di non perdere la bussola. Il Pisa prova a rendersi pericoloso soprattutto in avvio, con qualche ripartenza e l’inerzia del fattore campo, ma i nerazzurri difendono alti, tengono la squadra corta, leggono bene le situazioni di profondità. In costruzione non c’è mai la giocata forzata: giro palla paziente, esterni larghi a dare ampiezza, inserimenti dosati, la chiara idea di non spezzarsi in due pur di riversarsi in avanti. Chivu, nelle sue parole dopo la gara, ha insistito proprio su questo: partita complicata, contro un avversario in fiducia, da affrontare più con la testa che con il cuore.

La sensazione è che qualche partita fa, in una situazione simile, l’Inter sarebbe andata in apnea: squadra lunga, campo aperto alle ripartenze, errore dietro l’angolo. Ieri, invece, anche quando il gol non arrivava, nessuno ha acceso la modalità “assalto alla baionetta”. Si percepiva quasi una sorta di patto: il gol arriverà solo se restiamo ordinati, se manteniamo le distanze, se non confondiamo la voglia di vincere con la fretta. E questa calma è stata, paradossalmente, l’arma più offensiva del primo tempo.

Nella ripresa il copione resta simile, ma cambia il ritmo. L’Inter alza qualche metro il baricentro, accompagna meglio l’azione con i centrocampisti, insiste nello sporcare l’area del Pisa con più presenza. I cambi danno ossigeno e qualità tra le linee, e piano piano la squadra comincia a dare la sensazione che il muro prima o poi cederà. È un lavoro di logoramento: una mezz’ora di piccoli colpi, finché arriva la spallata giusta.

La spallata ha un nome e un cognome: Francesco Pio Esposito. Il suo ingresso “spacca” letteralmente la partita. Si piazza da centravanti vero, vecchia maniera: duelli fisici, attacco del primo palo, movimenti continui per creare linee di passaggio e liberare spazio ai compagni. Sul gol che sblocca l’incontro, il suo assist per Lautaro è l’essenza di quello che Chivu chiedeva dalla panchina: freschezza mentale, lucidità nel momento chiave, presenza in area. Nel dopo gara lo stesso Pio, con grande semplicità, ha messo l’accento sulla squadra prima di tutto: l’importante sono i tre punti, poi vengono numeri e statistiche personali. Un concetto che Lautaro ha ribadito, restituendo al ragazzo la fiducia con parole da vero capitano.

Una volta sbloccata, la partita scivola sul binario migliore: Lautaro completa l’opera, torna a sorridere e manda un messaggio a chi l’aveva già messo nel mirino dopo le ultime uscite meno felici. Chivu, commentando con un sorriso i soliti discorsi sul rapporto col suo capitano, ha ricordato che gli abbracci se li danno tutti i giorni ad Appiano, non solo davanti alle telecamere. Tradotto: dentro lo spogliatoio nessuno ha mai perso fiducia nei propri riferimenti.

Pisa-Inter, alla fine, è una vittoria che racconta crescita. Racconta una squadra che sa non perdere la testa quando il risultato tarda ad arrivare, che non si lascia schiacciare dal rumore di fondo e che trova soluzioni dalla panchina senza cambiare identità. Come direbbe una frase abusata ma perfetta per la serata: la calma è la virtù dei forti. A Pisa l’Inter è stata forte perché è stata calma. E quando la partita ha chiesto una scossa, ha scoperto che quella scossa può chiamarsi, con un certo gusto del destino, Pio Esposito.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *