Il risultato pesa, inutile girarci attorno, ma la direzione resta quella giusta: freddezza, lavoro e zero alibi, perché una partita storta non può mettere in discussione un percorso che, al netto degli scivoloni, continua a mostrare un’Inter riconoscibile, con idee chiare e una struttura che regge, anche se ogni tanto si incrina nei momenti in cui la temperatura si alza. Chivu, nel post partita, ha messo il dito esattamente sulla piaga, sottolineando come si siano sprecate troppe energie a litigare con la panchina avversaria e ad alimentare un clima di nervosismo che non ha fatto altro che allontanare la squadra dal suo vero obiettivo, perché quando inizi a inseguire le polemiche e le reazioni istintive, smetti di inseguire il pallone e, a questo livello, il conto ti viene presentato senza sconti.

Il progetto però non salta, non si ribalta per una sconfitta pesante o per una serata in cui i dettagli girano al contrario: l’Inter, nel complesso, resta una squadra con alta riconoscibilità, che sa cosa vuole fare in campo e come vuole arrivarci, ma ha bisogno di limare alcuni particolari che, nelle partite che “contano”, fanno tutta la differenza del mondo. Il primo riguarda la gestione emotiva nei picchi di temperatura, quei momenti in cui l’arbitro fischia qualcosa che non ti piace, gli avversari ti stuzzicano, il pubblico si infiamma e la testa rischia di andare più veloce delle gambe; il secondo dettaglio, altrettanto pesante, è la qualità dell’ultimo passaggio, perché ci sono frangenti in cui la partita ti offre la porta socchiusa e basterebbe un tocco in più di lucidità, una scelta meno affrettata, per trasformare una mezza occasione in un episodio decisivo.

Dentro questo bilancio va anche inserita una componente di sfortuna, perché due pali nel primo tempo non sono un miraggio né un alibi, ma il segno che qualcosa si è costruito e che, allo stesso tempo, non è stato capitalizzato quando la sorte ha fatto capolino davanti alla porta; il calcio però, soprattutto nelle gare pesanti, pretende che tu timbri proprio nel momento in cui il destino ti lascia il varco aperto e, se non lo fai, prima o poi la bilancia si inclina dall’altra parte. Fuori dal campo, intanto, si gioca una partita parallela: Marotta chiede maggiore chiarezza su certi “rigorini” e sulla centralità eccessiva dell’arbitro nel dirigere il copione della gara, mentre Conte risponde nel suo stile da guerriero, riconoscendo che la dialettica è legittima, ma ribadendo che tutto questo rumore non deve mai entrare nello spogliatoio nerazzurro, dove devono contare solo il lavoro quotidiano e la cultura del club.

Ed è proprio qui che viene fuori l’essenza dell’Inter, fatta di una società vigile e presente, di un gruppo che deve imparare a restare impermeabile al chiacchiericcio esterno e di un campo che deve continuare a essere l’unico vero sovrano, perché il resto è contorno, a volte fastidioso, ma pur sempre contorno. C’è una frase che in questi momenti sembra quasi cucita addosso a questa squadra: “Il mare calmo non ha mai fatto buoni marinai”; oggi le onde sono alte, sbattono forte sulla prua, ma domani questa stessa burrasca diventerà esperienza, consapevolezza, capacità di reggere urti ancora più forti. Tradotto in termini estremamente pratici: meno reazioni di pancia, più azioni pensate; pressing coordinato invece che corse isolate, linee corte, scelte semplici e pulite, soprattutto quando la testa rischia di annebbiare il piede; e sulle palle inattive e sulle transizioni, si vede che il margine di miglioramento è ampio, ma questo è un terreno che si conquista allenandosi, provando e riprovando, non commentando a microfoni accesi.

La classifica, per ora, resta comprimibile, non è ancora il tempo del dramma ma di una dose extra di lavoro, perché l’unico modo per raddrizzare certi segnali è quello di abbassare il volume delle parole e alzare quello degli allenamenti; la bussola, intanto, resta puntata nella stessa direzione, e il silenzio operativo – poche frasi, tante sedute sul campo – diventa quasi un alleato prezioso, perché l’asticella non si alza con i proclami, ma nel quotidiano, nei giorni in cui non si gioca e nessuno guarda. Chivu insiste su un concetto che ormai è diventato il suo marchio: cambiare la percezione del calcio che fa l’Inter senza piangere né lamentarsi, accettando le critiche ma rifiutando il vittimismo, perché questo club, nella sua storia, ha sempre avuto il diritto di cadere, ma anche il dovere di rialzarsi senza perdere stile.

E allora, alla fine, la sintesi si può ridurre a tre coordinate semplici e chiare: testa fredda per leggere le partite, cuore caldo per metterci sempre qualcosa in più quando le gambe tremano e piedi veloci per trasformare le idee in giocate concrete; il resto, come spesso è successo nella lunga storia nerazzurra, lo farà San Siro, perché l’onda lunga di una stagione passa quasi sempre da lì e, quando quel catino si scuote, diventa il posto migliore per ripartire.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *